LE FERITE CHE EROS PUÒ SANARE

LE FERITE CHE EROS PUÒ SANARE

LE FERITE CHE EROS PUÒ SANARE

di Claudio Marucchi
Pubblicato sul blog il 18/01/2025

Quando i greci si occuparono di dare un nome al sogno – o forse fu l’attività onirica a suggerire ai greci il proprio nome – usarono il termine trayma (dallo ionico “tròma”), che letteralmente significa “ferita”, “lacerazione”. La parola trauma è una sua diretta derivazione, e il tedesco per sogno è “traum”, affine all’inglese “dream”. Il trauma è la separazione del corpo del bimbo da quello della madre, alla nascita; dello spirito dall’Assoluto, al momento dell’incarnazione. Lo strappo irriducibile che separa il sé dall’ego, la lacerazione che divide l’inconscio dal conscio, l’ineliminabile divisione messa in scena dalla morale nei confronti delle proprie pulsioni sono tutti effetti che nutrono l’immagine del sogno come sanguinamento di questa inguaribile ferita interiore. La ferita è alla nostra origine perché è lo sradicamento iniziale, il passaggio dal non essere all’esserci, il trovarsi gettati nella vita, così esposti all’esistenza da non aver alcuna possibilità di nascondimento, se non la parziale e inconsapevole immersione dei contenuti psichici nell’inconscio. Il senso di ogni ricerca interiore e percorso spirituale è tentare di trovare la cura per questa emorragia, la sutura per questo taglio dell’anima. Il sogno è la ferita aperta sull’origine, il sintomo della radicale incompatibilità tra incarnazione (l’inizio) e realizzazione spirituale (il/la fine).
 
Platone descrive nel mito dell’androgino questo strappo originario, tipizzato nella distinzione tra i generi maschile e femminile. La hybris dell’androgino – protervia e tracotanza simboliche dell’inflazione dell’ego – provoca la reazione di Zeus, che con la proverbiale saetta separa l’androgino in maschio/femmina, costringendoli per sempre ad aspirare e ricercare l’unione con la propria metà mancante. La ricerca di completamento sarà quindi sempre una tensione, una forza che concede rari riposi. Il disagio esistenziale che anima ogni ricerca (dai piaceri effimeri ai percorsi ascetici) è il sangue che scorre inesorabile dalla ferita primordiale. Bere quel sangue è il primo passo per avviarsi sul cammino della realizzazione spirituale. Fingere che quel sangue non ci sia, rinnegare la ferita e il suo disagio, significa falsare alla base ogni possibilità di progresso interiore.

Per Buddha la ferita è avvertita come sete (“tṛṣṇa”, cfr. inglese “thirst”), ed è causa del desiderio (vera forma di Eros). La cura nel suo caso è un processo terapeutico a tappe che trova il rimedio nell’estinzione dell’atto stesso di desiderare. Così Buddha offre il fianco alla critica di chi vede nel suo percorso un rischio di disumanizzazione dell’individuo.
Nella Genesi biblica sono l’espulsione dall’Eden e il conseguente esilio a simboleggiare il medesimo sradicamento, la ferita originaria, e a causare il sogno costante del ritorno a casa, quella Terra Promessa che sola rappresenterebbe il riscatto per lo spirito amputato e vagabondo. Cristo è l’icona per eccellenza del sanguinamento. Le sue ferite sono altrettanti simboli, e il suo sacrificio, in quanto fonte di redenzione, è la restituzione della carne al Verbo/Spirito. In Cristo il sangue versato e la carne strappata diventano cibo per colmare il vuoto interiore. Saturarsi del corpo del dio-uomo per edificare l’uomo-dio, per salvarsi.
 Ricordiamo che salvezza è sinonimo di “salute”, quindi Cristo è una cura e la sua resurrezione una vera e propria guarigione per l’inconscio collettivo.
 
Come per Platone, anche per Jung la pulsione profonda generata dalla volontà di suturare la ferita è l’Eros, che così mostra immediatamente una strettissima relazione con il sogno, con la dimensione onirica e notturna, inconscia e profonda. L’Eros si offre come tendenza al completamento, ma travestita da passione amorosa, che cerca fuori, in qualcun altro, quell’intimità psichica che vorrebbe trovare in se stessa e mediante le proprie forze. Ogni forma di seduzione nasconde una volontà di cicatrizzazione. La ferita apre un vuoto da colmare: deve lasciarsi saturare per farsi suturare.

Lo scialbo e asettico modello in cui è stato imprigionato l’impeto di quella vis – carnale e spirituale – che avrebbe potuto saturare e suturare, muovendo dal profondo dell’inconscio verso orizzonti intrisi di erotismo creativo, suona come una condanna all’ergastolo per l’anelito al desiderio di penetrazione della propria interiorità. Tutti vorrebbero null’altro che sverginare e fecondare se stessi, per colmarsi e curarsi, ma un potente sedativo socio-culturale, un terribile narcotico educativo, impedisce l’erezione della volontà e frustra sul nascere la possibilità di eiaculare il proprio Sé nell’utero dellapropria coscienza. Siamo perciò costretti a pre-abortirci senza nemmeno aver fruito del godimento, effimero ma vivo, di un rapporto intimo con se stessi.

L’impianto istituzionale scolastico, politico, religioso e culturale è talmente ossidato da cancellare persino la capacità di un pensare altro, di escogitare la via d’uscita dall’atrofia spirituale dominante. Siamo separati, distanti e divisi da noi stessi, nella stessa misura in cui lo siamo dagli altri. Così ci vuole l’ipocrita logica di un sistema impacchettato e schiacciato interamente nelle superfici, senza profondità, né alcuna nera notte in cui riposare, corpo a corpo, anima ad anima. Viviamo di solo giorno, una finzione irrimediabile che nel rifuggire la soglia crepuscolare dell’inabissamento nelle proprie tenebre ha finito per confondere la luce con un grigio insulso, che appare forse pulito ed elegante, ma è solo esangue, spento e senza calore vitale. Se la cosiddetta neo-spiritualità è il miglior frutto che l’albero rinsecchito delle alternative all’istituzionalizzazione ha potuto produrre, tanto valeva estirparlo alla radice, o strapparsi occhi e orecchie per non vedere e non sentire lo scempio quotidianamente compiuto sui resti della dignità umana. Nessuna possibilità di rinascita è ormai concessa.
 
New Age? Il guaire di cani che non sanno di esser già morti. I nuovi guru della pseudo (in greco “falsa”) psicologia improvvisata? Il nutrimento più idoneo per le velleità dell’ignorante che tutto ignora tranne la propria ignoranza. Persa ogni bussola, rifiutata ogni cartina geografica della psiche (faticosamente compilata in millenni di storia) e derubati di ogni mappa per l’orientamento interiore, tocca in sorte una scelta: mi affido e mi fondo su me stesso (e devo avere un me stesso a cui affidarmi e su cui fondarmi) o torno al punto di partenza della Storia, dove la trama inizia il proprio sviluppo, e studio quindi i Grandi Padri. Essi non sono più, sono il passato, chissenefrega? No… Essi saranno sempre, sono il trampolino di lancio per il futuro e fingere che non siano utili al proprio sviluppo non servirà a consentire altro che nuove forme di prigionia, celebrate con il sorriso di chi si illude di essere libero. Posso chiamare libertà e realizzazione la mia schiavitù, ma ciò non mi renderà meno ostaggio e meno fallito di quanti abbiano almeno il coraggio di riconoscere la propria condizione. Smettere di lamentarmi mi illuderà riguardo la percezione del mio vissuto? Forse, ma sicuramente mi renderà ridicolo agli occhi del saggio. Il solo vantaggio odierno è la cronica latenza di saggi, così che l’illusione possa trionfare tra gli illusi come una forma di verità. Il baro ha gioco facile quando pressoché nessuno conosce le regole del gioco.


L’Eros, a oggi, è il solo agente rimasto, tra quelli accessibili senza intraprendere percorsi di inaudita difficoltà, in grado di operare una profonda trasformazione del soggetto, dal suo centro, e consentirne una parvenza di realizzazione. Per entrare in contatto con questa istanza ancestrale e archetipica si deve scavare a fondo nella fangosa materia dei propri desideri, perché Eros è l’anima del desiderio. I buoni sentimenti e le buone intenzioni, la creazione senza la distruzione, la ricerca della luce e del benessere a discapito delle tenebre e del disagio, la frenesia salvifica che vuole che tutto viva estromettendo la morte e la dannazione: questi sono i nemici di Eros, gli impedimenti che ne rendono impossibile il rinvenimento. Occorre trasgredire, disinibirsi, sfrenarsi, lasciarsi possedere. Risulta evidente che il contatto con la propria dimensione erotica esige una perdita di controllo, una disponibilità al lasciarsi travolgere, un temporaneo cortocircuito del percorso di osservazione-controllo-imposizione (da sostituire con ricezione-abbandono-contaminazione) che tanto piace sia al sistema istituzionalizzato che a coloro che credono falsamente di violarlo.
 Serve un attitudine visionaria e delirante. Il controllo si converta in resa, così anzi- ché imporsi sulla realtà per trasformarla (vana illusione), sarà la realtà ad allearsi al sé per trasformare se stessi.

Nell’ottica junghiana, Eros si oppone a Logos, il desiderio (dai cammini imprevedibili) si oppone alla logica (dai percorsi preconfezionati). Dal Logos nascono l’ordine e le classificazioni, le definizioni e le gerarchie, le connessioni formali e i significati costruiti razionalmente. Dall’Eros provengono l’empatia e l’intuizione, i sentimenti e gli affetti, gli istinti e le spinte creative. Eros è come un bosco fitto e incolto, Logos è come un ordinato incrocio di strade asfaltate. Posso addentrarmi nel bosco solo se non temo di perdermi, se sono disposto ad avere paura, se l’ombra mi affascina e se amo i terreni impervi. Nell’oscurità delle fronde, che proteggono dalla schiacciante chiarezza della luce, l’immaginazione si attiva, per colmare e completare le forme appena abbozzate dai giochi di luci e ombre, dai chiaroscuri della coscienza. L’immaginazione crea bellezza, offerta come un dono dall’incompletezza, dall’incertezza, dall’imprevedibilità, dal timore, dal disagio, da tutto ciò che mette in moto la vitalità del soggetto, sottraendolo alla noia del saper ciò che lo attende, all’illusione del controllo, all’aridità di una vista che presume di conoscere ciò che vede. In tal senso risulterà evidente che il Logos è maschile, fallico, rigido e manifesto, mentre l’Eros è femminile, vulvare, malleabile e non manifesto. Logos, come padre, rappresenta l’aspetto conscio e razionale; Eros, come madre, è invece il lato inconscio e irrazionale.
 

In Jung riecheggiano retaggi della simbologia taoista, del circolare e liquido rapporto tra Yin e Yang. Nell’inconscio del maschio vibra una figurazione femminile, il proprio alter ego di sesso opposto: l’anima. Nell’inconscio della femmina vive l’alter ego di sesso maschile: l’animus. Si può cogliere un richiamo, in termini psicologici, all’intuizione che Pascal Beverly Randolph pone su un piano fisico e sottile, quando afferma che il corpo del maschio ha natura elettrica, ma la sua mente è magnetica, mentre il corpo della donna è magnetico, ma la sua mente è elettrica. Quando ci si innamora, si proietta sul partner il proprio alter ego di sesso opposto, così che ci si innamora sempre della propria profondità, con cui si riveste la persona amata. Ancora una volta, è la ferita la causa d’amore, l’originaria separazione che fonda la possibilità di unione, di riscatto dall’incompletezza. L’amore è il rimarginarsi temporaneo della lacerazione interiore. Lo spunto dialettico tra Eros e Logos inaugura il processo che può condurre all’individuazione, vero culmine del percorso interiore, in cui l’elemento femmineo nel maschio, l’anima, affiora a livello cosciente, così come nella donna emerge alla luce della coscienza la componente maschile, l’animus. L’individuazione è la più alta forma di realizzazione, il solidificarsi dell’afflato di ricongiungimento. Alla donna toccherà quindi familiarizzare con il Logos, e all’uomo con l’Eros.


La ricostituzione dell’archetipo androgino induce ad azzardare un parallelismo con la percezione tantrica dell’orizzonte divino, che si presenta sempre polarizzato in maschio/femmina, in un falso dualismo, solo apparente, che in realtà non cessa di offrirsi come unità degli opposti. La costante collaborazione tra i contrari, risoluzione dei conflitti e dei complessi interiori, che Jung depone come pietra di fondazione dello sviluppo del soggetto, è un ulteriore esempio di quanto Eros sia essenziale alla crescita dell’individuo.
L’alleanza erotica stretta dagli opposti e sancita dalla loro reciproca interazione è un’immagine alchemica di perfetta coniunctio. Il modello della trascendenza, che apre scenari dai toni misticheggianti, è una conseguenza dell’erotico intreccio tra contrari, la cui sfida è il mantenimento del precario equilibrio tra disinibizione e incontrollabilità; questo è il patto che la coscienza deve stringere con la profondità, di accettare l’instabilità come temporaneo espediente per scatenare un movimento che sia evolutivo, con il rischio di pagare un prezzo per l’inabissamento e la frammentazione. Vale la pena, in ogni caso, avventurarsi in oceani così perigliosi, pur di non soggiacere all’immobilismo atrofico del pensiero stereotipato, tomba della creatività e disinnesco per ogni possibilità di individuazione. Questa, in fondo, è l’ancora di salvezza per chi decide di muoversi in direzione della propria profondità, per coloro che seguono il motto delfico del «conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei». Si dovrà cavalcare il desiderio senza rendersene schiavi, si dovrà amoreggiare con le tenebre senza rifuggirle per paura.
 

L’individuazione avviene mediante il riconoscimento degli opposti e della controparte psichica presente nel fondo della coscienza. Ri-conoscersi implica una ri-strutturazione della conoscenza interiore, che non muove dalla percezione del riflesso, dall’esterno, ma sorge dal centro dell’individuo, per farne emergere l’unicità, la peculiarità. Ri-formulazione di se stessi come fonte di ri-conoscenza verso se stessi. Come sottolineava Heidegger, la ri-conoscenza è anche il senso di gratitudine, l’ammissione che ciascuno è il più prezioso dono d’amore, il Sé che offre in dono se stesso a se stesso.

Tratto da Oltreconfine 12 – Jung, Spazio Interiore 2013

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