PIANTE MAESTRE E SAGGEZZA INDIGENA

PIANTE MAESTRE E SAGGEZZA INDIGENA

PIANTE MAESTRE E SAGGEZZA INDIGENA

Tra maturità psichedelica e crisi ambientale
di Simona Adriani
Pubblicato sul blog il 28/2/2026

Nell’ingente mole di offerte che il panorama delle discipline olistiche propone di questi tempi c’è una chiamata che a mio avviso l’essere umano moderno farebbe bene a non ignorare.

Questa conoscenza è stata traghettata fino a noi dalle tradizioni ayahuasquere della foresta amazzonica, come se quella potente medicina enteogena che è l’ayahuasca fosse servita da testa di ponte a una tecnologia spirituale meno appariscente, ma non per questo meno efficace, che sembra disegnata per i nostri tempi.

Questa tecnologia spirituale si chiama dieta di piante maestre, ed è stata sviluppata e tramandata all’interno della corrente sciamanica del vegetalismo, che si estende trasversalmente a diverse etnie che popolano il bacino amazzonico; tra queste etnie, quella degli shipibo della selva peruviana è senz’altro una delle più note e giustamente famose.

Nonostante l’uso dell’ayahuasca sia centrale presso questa popolazione, la dieta di piante maestre è tenuta in tale massima considerazione che non di rado si può sentire replicare, alla domanda “qual è il motivo per cui bevete l’ayahuasca?”, con la risposta “per approfondire la conoscenza delle altre piante”.

Per chiunque conosca, per esperienza diretta o per sentito dire, lo straordinario potere con cui questo preparato psichedelico rivela gli antipodi della mente, non potrà non sembrare strano che il maggior interesse di questa popolazione, rispetto alle sue capacità, sia quello di “permettere di approfondire la conoscenza delle altre piante”. Eppure proprio dietro questa apparente contraddizione si cela il segreto del suo corretto uso e della sua integrazione.

Basti pensare, infatti, che essi chiamano più propriamente piante maestre non le piante responsabili dell’effetto psichedelico dell’ayahuasca, ma tutte le altre piante che compongono la loro farmacopea tradizionale, alle cui virtù medicinali la dieta, e l’ayahuasca in seconda battuta, favorirebbero l’accesso.

La dieta di piante maestre è in pratica la “facoltà di medicina” della foresta, dove i docenti sono le piante maestre stesse e per accedere alle loro “lezioni” si deve praticare la dieta. Bere l’ayahuasca è quasi solo un’opzione, ci sono di fatto alcune correnti del vegetalismo che lavorano esclusivamente con la dieta, come ad esempio quella dei cosiddetti paleros.

Per spiegare un po’ più in dettaglio in cosa consiste questa pratica spirituale, diciamo che si tratta di un periodo di tempo passato in isolamento nella foresta, visitati giornalmente solo dal proprio curandero-guida e dalle persone addette alla propria sussistenza primaria; durante questo periodo ci si astiene dal consumare tutta una serie di cibi – tra cui sale, olio, zucchero, carne rossa, alcool etc. – e dall’avere attività sessuale.

Contemporaneamente si beve un decotto della pianta che si desidera conoscere e, grazie a questa combinazione di assunzione del rimedio e restrizione della quantità e qualità degli stimoli sensoriali, si riuscirebbe a entrare in contatto con l’essenza spirituale della pianta in oggetto, ottenendo da essa gli insegnamenti sperati.

È questa la maniera in cui gli indigeni ricevono istruzioni, solitamente in sogno, circa le qualità medicinali delle piante e i loro modi d’uso; successivamente, nel momento di bere l’ayahuasca, grazie al proprio campo energetico fecondato dalla pianta che si è dietato, le porte della percezione si spalancherebbero proprio sulla specifica sezione dell’universo riguardante le proprietà di quella pianta, come un microscopio puntato in un particolare settore della realtà.

È questa la maniera in cui tra gli shipibo si diventa dottori; a scuola dagli alberi (le “vere” piante maestre), alla luce della lente di ingrandimento dell’ayahuasca (che in questo contesto a me piace chiamare “pianta di potere”, per porre l’accento sul concetto di piante maestre proprio del vegetalismo).

Ma cosa c’entra tutto questo con noi, e perché questa pratica dovrebbe costituire una chiamata così importante da non poter restare inascoltata? 

Se per gli shipibo, in origine, la ragione più importante per intraprendere questo viaggio alla scoperta degli spiriti delle piante era di tipo medico, legata alla sopravvivenza fisica e alla cura delle malattie, tra le ragioni che dovrebbero spingere noi, al giorno d’oggi, a non ignorare questa chiamata, ce n’è una anche di tipo ecologico.

In un’epoca di crisi ambientale e cambiamento climatico, quando il continuo depredamento delle risorse naturali e l’abbattimento delle foreste stanno mettendo in pericolo la nostra stessa sopravvivenza come specie, entrare in contatto diretto con un albero, o meglio ancora con una qualsivoglia specie vegetale, è di straordinario valore.

Quando li si è dietati infatti, l’albero, il fiore o il cespuglio che siano, non sono più qualcosa di inerme da salvaguardare per qualche astratto dovere ecologico, ma diventano dei veri e propri esseri senzienti con cui si è stabilito un rapporto di reciprocità, di fiducia e di alleanza; la pianta diventa un amico, un’alterità cosciente con cui entrare in relazione.

Va da sé che dopo un’esperienza del genere, e senza bisogno di intraprendere viaggi psichedelici che potrebbero lasciare il dubbio sull’autenticità della stessa, tagliare un albero o fare alla natura un qualsiasi tipo di danno o di sopruso, assume completamente un altro significato, contribuendo ad accrescere la sensibilità ecologica e la coscienza ambientale del singolo individuo.

In oltre dieci anni, da quando mi sono avventurata per la prima volta nella foresta amazzonica per indagare più da vicino l’origine delle tradizioni ayahuasquere, la pratica della dieta di piante maestre ha completamente cambiato il mio rapporto con la natura, oltre che con l’ayahuasca stessa, mettendo in secondo piano l’esperienza psichedelica rispetto a quella totalmente cosciente della dieta.

Successivamente quando, una volta tornata in Italia, ho iniziato a diffondere questa pratica insieme a mio marito, ho visto subire la stessa trasformazione a moltissime delle persone che si sono affidate alla nostra guida per apprendere questa tradizione.

A volte anche dopo una sola dieta, seppur condotta per ovvie ragioni senza l’ausilio dell’agente enteogeno, ho visto persone perdere la cosiddetta plant blindness (la cecità nei confronti degli elementi della natura rispetto ai manufatti umani) e accorgersi di boschetti e piccoli parchi proprio dietro casa, che prima non avevano mai notato, o raccogliere piccoli germogli di ghiande implementando una nursery di querce nel proprio appartamento in centro città; piccoli grandi comportamenti che testimoniano una rinnovata sensibilità nei confronti del “verde”.

C’è da precisare che queste svolte ecologiche sono “solo” una sorta di “effetto collaterale” della dieta, in quanto il suo primo scopo è quello di favorire processi di guarigione interiore, di crescita personale e di evoluzione spirituale; tuttavia è un effetto collaterale da tenere in altissima considerazione, poiché la carenza di coscienza ambientale è una delle cause principali del collasso del mondo moderno a cui stiamo assistendo.

Inoltre, in un momento storico come quello attuale, in cui il cosiddetto rinascimento psichedelico sta riportando al centro del dibattito politico e sociale la necessità di fornire un quadro giuridico e culturale adeguato per la fruizione degli agenti psicotropi, trovo che puntare il faro sulle tradizioni indigene sia molto utile; mettere in risalto il fatto che gli shipibo – una delle popolazioni con la più longeva storia d’uso di uno degli psichedelici più potenti al mondo – tengano in maggior considerazione una pratica che si svolge in stato di coscienza vigile rispetto al volo psichedelico, è di straordinaria importanza.

Forse per una sorta di effetto di rimbalzo infatti, a causa della discriminazione a cui le sostanze psicotrope sono state sottoposte per tanti anni, spesso i toni di questa riaccesa attenzione sulle proprietà terapeutiche degli psichedelici sono un po’ troppo propagandistici.

Presentare le “molecole dello spirito” come una panacea in grado di risolvere tutti i mali del mondo, rischia di avere un effetto controproducente rispetto agli scopi che si propone, oltre che essere semplicemente falso.

Anche se apprezzo, senza ombra di dubbio, le virtù degli stati di coscienza amplificata e ne riconosco tutto il valore catartico, mi preme ricordare e sottolineare come la coscienza vigile sia l’unica vera chiave di volta per la nostra crescita personale; solo quello può essere il terreno su cui si gioca la partita della nostra guarigione profonda, solo attraverso la piena accettazione della nostra responsabilità individuale possiamo accedere alla trasformazione che cerchiamo.

Il cammino spirituale è fatto di impegno, di dedizione, di disciplina e di sforzo cosciente, non c’è nulla che possa ovviare a questo o rappresentare una scorciatoia; checché se ne dica, purtroppo, qualcuno ancora usa o presenta l’esperienza psichedelica illudendosi che sia tale.

Delegare la nostra responsabilità a una pillola, a un fungo o a una liana amazzonica non può fare altro che stringere ancora più forte i legami delle catene che ci trattengono.

E se ce lo dicono anche gli indigeni dell’Amazzonia, per i quali l’accesso a tali stati della coscienza non è mai stato un problema e quindi hanno potuto, a furia di tentativi ed errori, scoprire come trarne il massimo beneficio, non dobbiamo peccare di etnocentrismo e pensare di saperne di più, solo perché noi abbiamo “la scienza”; dobbiamo ascoltarli

Le piante sono tutte maestre, non c’è bisogno che la loro ingestione procuri un’espansione della coscienza per accedere alla loro saggezza, il sistema-uomo è fatto per dialogare con la natura e dobbiamo recuperare la nostra capacità innata di farlo.

Per cui da oggi, quando ci addentriamo in un bosco o passeggiamo in città sotto un viale alberato, ricordiamoci che non siamo soli; ci sono i nostri fratelli maggiori che ci guardano, che ci offrono il loro aiuto e la loro protezione, con la loro sapienza maturata in centinaia di milioni di anni di esperienza su questa terra.Come dice Monica Gagliano, gli alberi non hanno bisogno di noi, siamo noi che abbiamo bisogno degli alberi, e loro ci stanno offrendo il loro aiuto in tutti i modi possibili. Hanno favorito l’espansione della pratica dell’ayahuasca al di fuori della foresta amazzonica perché arrivasse attraverso di essa un messaggio di speranza e di riconciliazione con la natura; è ora che raccogliamo la sfida e accettiamo di compiere questo passo verso la maturità psichedelica, che non può che significare rimettere la coscienza vigile al centro del gioco.


Simona Adriani

Simona Adriani è ricercatrice spirituale dal 2004. Laureata in Sociologia presso la Sapienza di
Roma, ha portato a termine un apprendistato sciamanico in Amazzonia e oggi si dedica
all’integrazione della sapienza indigena nella società contemporanea.

Sito: www.samarao.com
YouTube: www.youtube.com/@samarao
Instagram: www.instagram.com/simonita_sama_rao

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